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Il meccanismo antidepressivo della ketamina

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Gli effetti antidepressivi di questa molecola sono legati alla sua capacità di ripristinare una serie di collegamenti attraverso le cosiddette spine dendritiche fra neuroni della corteccia prefrontale. La scoperta aiuterà a sviluppare nuovi approcci per il trattamento delle forme depressive resistenti agli attuali farmaci. L’azione antidepressiva esercitata dalla ketamina a opportuni dosaggi sarebbe legata alla capacità della sostanza di ripristinare la capacità dei neuroni di produrre spine dendritiche precedentemente perse. Le spine dendritiche sono piccole protuberanze sui dendriti, le ramificazioni dei neuroni destinate a ricevere i segnali dagli altri neuroni con cui sono in contatto. Lo studio, effettuato da ricercatori della Weill Cornell Medicine a New York e pubblicato su “Science”, aiuterà a sviluppare nuove strategie terapeutiche per i pazienti affetti da depressione resistente ai farmaci.

I trattamenti farmacologici contro la depressione oggi disponibili hanno un tempo di latenza elevato; fra l’inizio della terapia e il momenti in cui si manifesta un primo alleviamento dei sintomi passano dalle due alle tre settimane, un periodo che può essere particolarmente critico. Inoltre, quasi il 30 per cento dei pazienti con depressione risulta resistente ai trattamenti farmacologici.

Fra le sostanze attualmente allo studio per combattere questo disturbo e in particolare le forme resistenti, quella che ha maggiori probabilità di diventare disponibile in tempi relativamente brevi è la ketamina.

La ketamina è una sostanza inizialmente introdotta come anestetico, soprattutto in ambito veterinario e pediatrico, di cui una decina di anni fa sono stati rilevati, a dosaggi più bassi, effetti antidepressivi. Nel marzo scorso, addirittura, la statunitense Food and Drug Administration ha approvato uno spray nasale a base di ketamina per il trattamento della depressione resistente.

Il meccanismo d’azione di questa molecola – che ha il pregio di un’azione antidepressiva quasi immediata, ma con una durata dell’effetto piuttosto ridotta – è tuttavia
in larga parte ancora sconosciuto. Quello che era noto in merito alla sua azione antidepressiva è il coinvolgimento di un neurotrasmettitore eccitatorio (che stimola cioè l’attivazione dei neuroni): il glutammato.

Ora Rachel N. Moda-Sava e colleghi hanno fatto un passo in avanti nella comprensione del meccanismo scoprendo che il comportamento depressivo indotto nei topi attraverso la somministrazione di cortisone era associato alla perdita di spine dendritiche sui neuroni nella corteccia prefrontale. La successiva somministrazione di ketamina ha poi permesso di osservare il ripristino, almeno parziale, delle spine dendritiche precedentemente scomparse e un buon alleviamento dei comportamenti depressivi. La scoperta è stata possibile grazie all’uso di sofisticate tecniche di osservazione microscopica in vivo dei neuroni della corteccia prefrontale.

Ora i ricercatori proseguiranno il loro studio per cercare di scoprire i processi molecolari coinvolti in questa azione, nella speranza di trovare il modo di allungare il periodo durante il quale la ketamina esercita i propri effetti positivi.

Fonte : http://www.lescienze.it

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