fbpx

Le nostre News

Per la prima volta è stata ottenuta una mappa dettagliata dei due principali recettori cellulari per la melatonina, l'ormone che regola i nostri ritmi circadiani. La definizione della struttura di questi recettori, chiamati MT1 e MT2, permetterà di sviluppare farmaci più mirati ed efficaci per i disturbi del sonno e per altre condizioni patologiche correlate all'alterazione dei ritmi circadiani.

I risultati - ottenuti da un gruppo di ricerca diretto da Vadim Cherezov dell'University of Southern California a Los Angeles - sono illustrati in due articoli pubblicati su "Nature", il primo dedicato alla descrizione di MT1, il secondo a quella di MT2.

In particolare, i ricercatori hanno scoperto che entrambi i recettori contengono stretti canali che permettono solo il passaggio della melatonina, bloccando quello di altre molecole. Inoltre, hanno identificato caratteristiche che permettono ad alcuni composti di legarsi a MT1 ma non a MT2, nonostante le somiglianze strutturali tra i due recettori. Sulla base di questi risultati sarà possibile progettare farmaci che agiscano selettivamente su uno dei due recettori, così da ottimizzare l'effetto voluto e ridurre quelli collaterali.

Di grande interesse è stata l'identificazione nel recettore MT2 delle variazioni strutturali legate a mutazioni nel gene che codifica per MT2, che sono associate a un elevato rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.

I due recettori studiati da Cherezov e colleghi si legano ai composti  che stimolano l'azione della melatonina, ma ora i ricercatori intendono studiare con lo stesso metodo anche i composti che bloccano i recettori e inibiscono l'attività della melatonina.

Per poter ottenere una quantità sufficiente di recettori da sottoporre a cristallografia a raggi X i ricercatori hanno dovuto inserire in cellule in coltura ulteriori copie dei geni per MT1 e MT2, in modo che ne producessero in soprannumero. Inoltre per poter osservare i minuscoli dettagli a cui erano interessati, per l'analisi cristallografica sono dovuti ricorrere a un laser a raggi X di cui è dotato lo SLAC (Stanford Linear Accelerator Center), l'unico in grado di produrre un fascio calibrabile in modo da non danneggiare quei cristalli, particolarmente sensibili alle radiazioni.

Cenare tardi e saltare la colazione potrebbe mettere in pericolo il cuore delle persone che hanno subito un infarto. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista European Journal of Preventive Cardiology dagli scienziati della São Paulo State University di San Paolo (Brasile), secondo cui chi ha queste due abitudini correrebbe un rischio quattro o cinque volte maggiore di perdere la vita o di essere colpito da un altro attacco cardiaco o da angina entro 30 giorni dalle dimissioni ospedaliere.

Lo studio ha coinvolto 113 pazienti che avevano un'età media di 60 anni e avevano subito una forma particolarmente grave di attacco cardiaco, chiamata infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto St (Stemi). Il 73% dei partecipanti erano uomini, mentre il restante 27% donne. Al momento del ricovero nell’unità di terapia intensiva cardiologica, ai volontari è stato chiesto di descrivere le loro abitudini alimentari. In particolare, gli autori si sono concentrati su due comportamenti ritenuti non salutari: saltare la colazione – ossia non assumere cibi solidi prima di pranzo, almeno tre volte a settimana – e cenare tardi – consumare il pasto serale nelle due ore precedenti al momento di andare a dormire, almeno tre volte a settimana.

L’indagine ha evidenziato che il 58% dei pazienti saltava la colazione, il 51% cenava tardi e il 41% metteva in pratica entrambi i comportamenti. I ricercatori hanno osservato che i soggetti che avevano una delle due abitudini correvano maggiori rischi di andare incontro a esiti peggiori dopo l’attacco di cuore, ma la combinazione di entrambe risultava ancor più pericolosa: chi saltava la colazione e cenava tardi aveva probabilità più alte di quattro o cinque volte di non sopravvivere all’infarto, oppure di essere colpito da un altro attacco cardiaco o da angina entro 30 giorni dalle dimissioni dall’ospedale.

“La nostra ricerca dimostra che i due comportamenti alimentari sono collegati in modo indipendente con esiti peggiori dopo un attacco di cuore, ma avere più cattive abitudini non può che peggiorare la situazione – spiega Marcos Minicucci, che ha diretto lo studio -. Le persone che lavorano fino a tardi potrebbero essere più inclini a cenare a tarda notte e, quindi, a non avere fame al mattino. Un paziente su dieci con Stemi muore entro un anno, e l’alimentazione può essere un modo relativamente economico e semplice per migliorare la prognosi”

Il colesterolo potrebbe essere coinvolto nell'insorgenza dell’Alzheimer. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Neurobiology of Disease dagli scienziati statunitensi della Vanderbilt University di Nashville e  della Florida Atlantic University di Boca Raton, che hanno individuato un legame tra il colesterolo presente nella membrana cellulare delle sinapsi e la proteina precursore della beta amiloide, che sembra essere iper-espressa nei pazienti affetti dalla patologia neurodegenerativa.

Nel corso della ricerca, gli autori hanno monitorato la localizzazione e gli spostamenti del precursore della beta amiloide utilizzando un'innovativa e accurata tecnica di imaging. Hanno quindi interrotto geneticamente l'interazione tra la proteina e il colesterolo presente nella membrana cellulare delle sinapsi – i punti di contatto tra le cellule nervose, che ne consentono la comunicazione. L’esperimento ha dimostrato che lo scollegamento ha, da una parte, disturbato la migrazione alla membrana cellulare della proteina precursore della beta amiloide e, dall’altra, ha compromesso la distribuzione del colesterolo sulla superficie neuronale. I ricercatori hanno quindi osservato che i neuroni che presentavano una distribuzione alterata del colesterolo mostravano sinapsi gonfie, assoni frammentati e altri segni dell’inizio della neurodegenerazione.

Secondo gli esperti, i risultati della sperimentazione suggeriscono che l’interruzione della connessione tra il colesterolo e la proteina precursore della beta amiloide potrebbe svolgere un ruolo nello sviluppo dell’Alzheimer. “Il nostro studio è affascinante perché abbiamo notato un'associazione particolare tra la proteina precursore della beta amiloide e il colesterolo presente nella membrana cellulare delle sinapsi, che rappresentano i punti di contatto tra i neuroni e la base biologica per l'apprendimento e la memoria - spiega Qi Zhang, che ha coordinato l’indagine -. La proteina precursore della beta amiloide potrebbe costituire solo uno dei tanti fattori che parzialmente contribuiscono alla carenza del colesterolo. Stranamente, il cuore e il cervello sembrano incontrarsi di nuovo nella lotta contro il colesterolo cattivo”.

Effettuato a Siena, al policlinico Santa Maria alle Scotte, un intervento unico nel suo genere in Toscana e tra i pochi in Italia, di asportazione di due tumori contemporaneamente in chirurgia robotica. Si tratta di un intervento combinato realizzato in collaborazione tra chirurghi toracici e urologi di rimozione di un tumore del mediastino e di un tumore del rene in una paziente affetta anche da altre patologie pregresse. L'intervento, spiega l’Aou senese in una nota, si è svolto in due fasi, la prima, eseguita dall’urologo Filippo Gentile, che ha effettuato l'asportazione robot assistita del tumore del rene e, successivamente, nella stessa seduta operatoria, è intervenuto il chirurgo toracico Luca Luzzi per l'asportazione completa, sempre robot assistita, del timo con il timoma al suo interno, con il prezioso contributo dei professionisti di sala operatoria, altamente qualificati e dedicati all'attività di chirurgia robotica. L'intervento è durato complessivamente 3 ore e 10 minuti. La paziente è stata dimessa in ottime condizioni generali in 4^ giornata postoperatoria.

“La chirurgia robot assistita – afferma nella nota Luca Luzzi - ha permesso di asportare radicalmente due tumori potenzialmente mortali in una paziente "fragile", con un minimo impatto chirurgico ed un recupero funzionale praticamente immediato. In entrambe le patologie la chirurgia robotica rappresenta, in casi selezionati, il golden standard del trattamento, la combinazione delle due tecniche ha massimalizzato in questa paziente il risultato clinico. La paziente – aggiunge Luzzi - è tornata al controllo dopo 30 giorni dall'intervento e presenta condizioni ottimali. La procedura eseguita ha un alto valore non solo tecnico ma di ricaduta clinica con beneficio per la paziente”.

Un risultato raggiunto grazie anche alla casistica robotica che vede l’Urologia effettuare circa il 60% degli interventi in modalità robotica, con circa 900 interventi dall’inizio dell’attività e la Chirurgia Toracica con oltre 200 interventi.

“L'eccezionalità dell'intervento – conclude l’urologo Filippo Gentile - sta nel fatto di aver operato contemporaneamente, in sole 3 ore, due tumori presenti in due distretti anatomici indipendenti, il torace e l'addome, cosa che fino a pochi anni fa avrebbe richiesto più tempo ed un maggiore impatto biologico per il paziente, tanto da sconsigliarlo a favore di due procedure differite con maggiore ospedalizzazione e due anestesie generali”.

La paziente era seguita, per patologie pregresse, dall’UOC Ematologia, diretta dalla professoressa Monica Bocchia. Dopo discussione collegiale del caso, è stata quindi presa in carico dalla UOC Urologia, diretta dal dottor Gabriele Barbanti e dalla UOC Chirurgia Toracica, diretta dal professor Piero Paladini, valutata dalla UOC Anestesia, diretta dal dottor Pasquale D'Onofrio e seguita, dal punto di vista anestesiologico, dal dottor Armando Fucci, insieme all’équipe del dottor Marcello Pasculli, direttore UOC terapia Intensiva Post-Operatoria.

Una ragazza di 23 anni, violinista, affetta da un tumore al cervello, è stata operata mentre suonava il violino. E' accaduto nell'ospedale SS.Annunziata di Taranto per curare una neoplasia cerebrale frontale sinistra a basso grado di malignità. E' il primo intervento del genere nel Sud Italia e "pochissimi altri - spiega l'Asl - ne sono stati effettuati nel Paese". La Neurochirurgia è già punto di riferimento nazionale per la tecnica dell''awake surgery'. L'intervento, di oltre 5 ore, è stato effettuato dal direttore dell'Unità Operativa Complessa, dottor Giovanni Battista Costella, e dal dottor Nicola Zelletta, con la fondamentale collaborazione dell'anestesista, dottor Angelo Ciccarese", equipe completata dai dottori Gounaris e Cantone. "Sembra surreale, ma si fa conversazione con il paziente - spiega Costella - spiegando cosa si sta facendo in modo da tranquillizzarlo il più possibile e monitorare la situazione in maniera più attenta". La metodica chirurgica adottata dall'equipe, implementata dall'ausilio di dispositivi di ultima generazione come il neuronavigatore e il monitoraggio neurofisiologico di cui dispone il reparto, ha permesso di rimuovere il tumore evitando danni neurologici, soprattutto disturbi della parola e cognitivi ed evitare difficoltà nella coordinazione dei gesti. Stimolando nella fase operatoria specifiche zone cerebrali, sono stati evocati disturbi sensitivi complessi. "Questa tecnica - conclude Costella - è particolarmente indicata nei casi in cui è necessario rimuovere lesioni localizzate in zone critiche. Certo, al paziente è richiesta collaborazione e la procedura nel complesso non è una esperienza semplice"

Gli effetti antidepressivi di questa molecola sono legati alla sua capacità di ripristinare una serie di collegamenti attraverso le cosiddette spine dendritiche fra neuroni della corteccia prefrontale. La scoperta aiuterà a sviluppare nuovi approcci per il trattamento delle forme depressive resistenti agli attuali farmaci. L’azione antidepressiva esercitata dalla ketamina a opportuni dosaggi sarebbe legata alla capacità della sostanza di ripristinare la capacità dei neuroni di produrre spine dendritiche precedentemente perse. Le spine dendritiche sono piccole protuberanze sui dendriti, le ramificazioni dei neuroni destinate a ricevere i segnali dagli altri neuroni con cui sono in contatto. Lo studio, effettuato da ricercatori della Weill Cornell Medicine a New York e pubblicato su “Science”, aiuterà a sviluppare nuove strategie terapeutiche per i pazienti affetti da depressione resistente ai farmaci.

I trattamenti farmacologici contro la depressione oggi disponibili hanno un tempo di latenza elevato; fra l’inizio della terapia e il momenti in cui si manifesta un primo alleviamento dei sintomi passano dalle due alle tre settimane, un periodo che può essere particolarmente critico. Inoltre, quasi il 30 per cento dei pazienti con depressione risulta resistente ai trattamenti farmacologici.

Fra le sostanze attualmente allo studio per combattere questo disturbo e in particolare le forme resistenti, quella che ha maggiori probabilità di diventare disponibile in tempi relativamente brevi è la ketamina.

La ketamina è una sostanza inizialmente introdotta come anestetico, soprattutto in ambito veterinario e pediatrico, di cui una decina di anni fa sono stati rilevati, a dosaggi più bassi, effetti antidepressivi. Nel marzo scorso, addirittura, la statunitense Food and Drug Administration ha approvato uno spray nasale a base di ketamina per il trattamento della depressione resistente.

Il meccanismo d’azione di questa molecola – che ha il pregio di un’azione antidepressiva quasi immediata, ma con una durata dell’effetto piuttosto ridotta – è tuttavia
in larga parte ancora sconosciuto. Quello che era noto in merito alla sua azione antidepressiva è il coinvolgimento di un neurotrasmettitore eccitatorio (che stimola cioè l’attivazione dei neuroni): il glutammato.

Ora Rachel N. Moda-Sava e colleghi hanno fatto un passo in avanti nella comprensione del meccanismo scoprendo che il comportamento depressivo indotto nei topi attraverso la somministrazione di cortisone era associato alla perdita di spine dendritiche sui neuroni nella corteccia prefrontale. La successiva somministrazione di ketamina ha poi permesso di osservare il ripristino, almeno parziale, delle spine dendritiche precedentemente scomparse e un buon alleviamento dei comportamenti depressivi. La scoperta è stata possibile grazie all’uso di sofisticate tecniche di osservazione microscopica in vivo dei neuroni della corteccia prefrontale.

Ora i ricercatori proseguiranno il loro studio per cercare di scoprire i processi molecolari coinvolti in questa azione, nella speranza di trovare il modo di allungare il periodo durante il quale la ketamina esercita i propri effetti positivi.

Fonte : http://www.lescienze.it

Scoperti i neuroni specchio delle emozioni: si trovano nella corteccia cingolata del cervello e si attivano sia quando si prova dolore sia quando si osserva il dolore altrui. Individuati nei ratti, a 23 anni dalla scoperta tutta italiana dei neuroni specchio dei movimenti e a quattro da quella dei neuroni che aiutano a prevedere le azioni altrui, potrebbero essere presenti anche nell'uomo, risultando cruciali per comprendere i meccanismi dell'empatia che si inceppano in diverse malattie psichiatriche. A indicarlo è lo studio pubblicato sulla rivista Current Biology dall'Istituto olandese per le neuroscienze.

I ricercatori hanno registrato l'attività cerebrale di ratti cui venivano mostrati altri loro simili sottoposti a deboli scosse dolorose: hanno così scoperto che la reazione di paura che li portava a immobilizzarsi, nasceva dall'attivazione degli stessi neuroni della corteccia cingolata che si accendono quando gli animali provano dolore sulla propria pelle. Inibendo l'attività di questi neuroni a specchio con un farmaco, i ratti spettatori non percepivano più il dolore altrui e non si immobilizzavano per la paura.

"La cosa più affascinante - sottolinea il coordinatore dello studio, Christian Keysers - è che tutto questo accade nella stessa regione del cervello sia nei ratti che negli umani. Abbiamo già dimostrato che l'attività della corteccia cingolata negli umani aumenta quando vediamo qualcuno che soffre, a meno che non parliamo di criminali psicopatici che mostrano un'evidente riduzione di questa attività". Lo studio, dunque, potrebbe fare luce su questi disturbi mentali, ma non solo. "Ci dimostra anche che condividiamo i meccanismi fondamentali dell'empatia con animali come i ratti: l'empatia, la capacità di sentire le emozioni degli altri, è dunque profondamente radicata nella nostra evoluzione".


Fonte: http://www.ansa.it

Tutte le info sulla talassemia, quando vuoi e ovunque ti trovi. E’ nata con questi obiettivi a Palermo, su iniziativa dell’Associazione Piera Cutino e dell’Azienda Ospedali riuniti Villa Sofia Cervello, InFormaTal, la prima app gratuita al servizio di chi lotta contro questa malattia. La nuova applicazione, sviluppata da Olomedia, è stata presentata nei giorni scorsi, durante una conferenza stampa che si è tenuta a CasAmica, negli spazi del Campus di Ematologia dell’ospedale Cervello. Presenti, per l’occasione, il presidente dell’Associazione Cutino, Alessandro Garilli, il direttore Sergio Mangano, il commissario straordinario dell’Azienda Ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello, Walter Messina e il professore Aurelio Maggio, direttore del Campus di Ematologia “Cutino” dell’ospedale Cervello.

InFormaTal è stata ideata come strumento utile per poter accedere, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, ai propri dati clinici, in caso di urgente trasfusione o di altro problema di salute e magari si è lontani, per lavoro o per vacanza dal proprio centro di talassemia di riferimento. Ogni paziente seguito al Campus di Ematologia “Cutino” potrà scaricare la app, ricevere le credenziali per il primo accesso e consultare in assoluta sicurezza la sua cartella clinica. Ma non solo, perché la app potrà essere utilizzata per prenotare – anche per chi non è paziente del Campus di ematologia Cutino – il test del portatore sano di talassemia o la tecnica di diagnosi prenatale celocentesi, per le coppie a rischio. Inoltre, si potrà prenotare una camera presso la struttura ricettiva CasAmica, oltre a fornire tutta una serie di notizie utili sulla talassemia.

Per il test, che è gratuito per le donne in età fertile, si potrà scegliere via app il giorno e la fascia oraria nei quali effettuarlo, ricevendo poi un messaggio quando il referto è pronto. La celocentesi è invece una tecnica di diagnosi prenatale, relativamente recente, che permette, alle coppie a rischio di avere un figlio affetto da talassemia, di conoscere già al secondo mese di gestazione lo stato di salute del feto. Attraverso la app, compilando un semplice form, è possibile richiedere un consulto con il referente del laboratorio di diagnosi prenatale. CasAmica, dove stamattina si è svolta la presentazione della nuova app, è invece la struttura ricettiva del Campus di Ematologia Cutino, al servizio dei familiari di tutti i parenti ricoverati all’ospedale Cervello.

Tramite la app sarà possibile inviare una richiesta di verifica di disponibilità di camera. Una sezione della app è inoltre dedicata ai sostenitori dell’Associazione Cutino che potranno verificare l’elenco delle donazioni fatte e consultare gli ultimi aggiornamenti sui progetti condotti dall’Associazione. Inoltre, chiunque potrà fare donazioni direttamente con la App in modo sicuro e veloce per sostenere i progetti di Vita per i pazienti talassemici promossi dall’Associazione Piera Cutino. InFormaTal è scaricabile gratuitamente su smartphone, tablet e pc, sia per i sistemi Android che IOS dagli store Apple e Google.


Fonte: http://www.onb.it

La celiachia e, più in generale, l’intolleranza al glutine, è un problema crescente in tutto il mondo, ma soprattutto nel Nord America e in Europa, dove attualmente ne soffre il 5% della popolazione. I sintomi comprendono nausea, diarrea, eruzioni cutanee, anemia macrocitica e depressione. È una malattia multifattoriale associata a numerose carenze nutrizionali, nonché problemi riproduttivi e aumento del rischio di malattie della tiroide, insufficienza renale e cancro.

Qui, noi proponiamo che il glifosato, l’ingrediente attivo nell’erbicida, Roundup®, sia il fattore causale più importante in questa epidemia. I pesci esposti al glifosato sviluppano problemi digestivi che ricordano la celiachia. La celiachia è associata a squilibri nei batteri intestinali che possono essere pienamente spiegati dagli effetti noti del glifosato sui batteri intestinali. Le caratteristiche della celiachia indicano una compromissione in molti enzimi del citocromo P450, che sono coinvolti con tossine ambientali disintossicanti, attivando la vitamina D3, catabolizzando la vitamina A e mantenendo la produzione di acido biliare e le forniture di solfato nell’intestino.

Il glifosato è noto per inibire gli enzimi del citocromo P450. Carenze di ferro, cobalto, molibdeno, rame e altri metalli rari associati alla malattia celiaca possono essere attribuiti alla forte capacità del glifosato di chelare questi elementi. Le carenze del triptofano, della tirosina, della metionina e della selenometionina associate alla malattia celiaca si accompagnano al noto esaurimento di questi amminoacidi da parte del glifosato. I pazienti con malattia celiaca presentano un aumento del rischio di linfoma non-Hodgkin, anch’esso implicato nell’esposizione al glifosato. I problemi riproduttivi associati alla malattia celiaca, come l’infertilità, gli aborti spontanei e i difetti alla nascita, possono essere spiegati anche con il glifosato. I residui di glifosato nel grano e in altre colture sono probabilmente in aumento di recente a causa della crescente pratica di essiccazione delle colture appena prima del raccolto.

Noi sosteniamo che la pratica della “maturazione” della canna da zucchero con glifosato può spiegare la recente impennata dell’insufficienza renale tra i lavoratori agricoli nell’America centrale. Concludiamo con una richiesta ai governi di riconsiderare le politiche relative alla sicurezza dei residui di glifosato negli alimenti.


Fonte: http://www.onb.it

Un'allerta dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) mette all'indice alcuni antibiotici di uso comune. L'ente regolatorio ha diffuso, infatti, nuove e importanti informazioni di sicurezza sui medicinali contenenti fluorochinoloni (ciprofloxacina, levofloxacina, moxifloxacina, pefloxacina, prulifloxacina, rufloxacina, norfloxacina, lomefloxacina): "Sono state segnalate" infatti "reazioni avverse invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti, principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso. Di conseguenza, sono stati rivalutati i benefici e i rischi di tutti gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici e le loro indicazioni nei Paesi dell'Ue", scrive l'Agenzia.

Alcuni medicinali ritirati dal commercio L'allerta prevede, inoltre, che i medicinali contenenti cinoxacina, flumechina, acido nalidixico e acido pipemidico vengano "ritirati dal commercio". In una comunicazione rivolta ai medici, l'Agenzia indica, in assoluto, di "non prescrivere questi medicinali per il trattamento di infezioni non gravi o autolimitanti (quali faringite, tonsillite e bronchite acuta); per la prevenzione della diarrea del viaggiatore o delle infezioni ricorrenti delle vie urinarie inferiori; per infezioni non batteriche, per esempio la prostatite non batterica (cronica); per le infezioni da lievi a moderate (incluse la cistite non complicata, l'esacerbazione acuta della bronchite cronica e della broncopneumopatia cronica ostruttiva, la rinosinusite batterica acuta e l'otite media acuta), a meno che altri antibiotici comunemente raccomandati per queste infezioni siano ritenuti inappropriati; ai pazienti che in passato abbiano manifestato reazioni avverse gravi a un antibiotico chinolonico o fluorochinolonico".

Quando interrompere il trattamento Ai medici l'Aifa suggerisce di prescrivere "questi medicinali con particolare prudenza agli anziani, ai pazienti con compromissione renale, ai pazienti sottoposti a trapianto d'organo solido e a quelli trattati contemporaneamente con corticosteroidi, poiché il rischio di tendinite e rottura di tendine indotte dai fluorochinoloni può essere maggiore in questi pazienti. Dev'essere evitato - evidenzia infine l'ente - l'uso concomitante di corticosteroidi con fluorochinoloni". Si sottolinea inoltre la necessità di avvertire i pazienti e far interrompere il trattamento "ai primi segni di reazione avversa grave quale tendinite e rottura del tendine, dolore muscolare, debolezza muscolare, dolore articolare, gonfiore articolare, neuropatia periferica ed effetti a carico del sistema nervoso centrale, e di consultare il proprio medico per ulteriori consigli".

L'allarme dell'Ema A livello europeo già nei mesi scorsi l'Agenzia Ema si era occupata di approfondire i rischi legati a questi antibiotici, dando indicazioni alle autorità dei singoli Paesi di prendere appropriate misure nelle varie nazioni. L'Ema cita anche possibili problemi di depressione, insonnia, disturbi della vista e di altri sensi, in chi assume questi farmaci, e non sono sono mancate segnalazioni relative anche a disturbi psichiatrici e di ansia. "Sono stati segnalati pochi casi di queste reazioni avverse invalidanti e potenzialmente permanenti - precisa l'Ema - ma è verosimile una sotto-segnalazione. A causa della gravità di tali reazioni in soggetti fino ad allora sani, la decisione di prescrivere chinoloni e fluorochinoloni deve essere presa dopo un'attenta valutazione dei benefici e dei rischi in ogni singolo caso". Garattini: prescriverli solo in casi molto gravi "È positivo che l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) abbia diramato una nota informativa ai medici su questi antibiotici, che danno grossi problemi di salute.

Questo era già noto da tempo, ma l'informazione non deve mai cessare di circolare, altrimenti è difficile che la pratica medica possa essere efficace nell'evitare reazioni gravi". A dirlo all' AdnKronos Salute Silvio Garattini, farmacologo fondatore e presidente dell'Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, commentando l'allerta Aifa sui fluorochinoloni. Secondo l'ultimo rapporto Osmed dell'Aifa, i fluorochinoloni sono la classe di antibiotici più usata in Italia dopo penicilline e cefalosporine di terza generazione, con una spesa annua pro capite di 2 euro. Ma, avverte l'esperto, "bisogna utilizzarli con grande attenzione: solo per i casi gravi e/o che non rispondono ad altre terapie antibiotiche. Ed è necessario che l'informazione su questi prodotti continui a circolare perché deve arrivare a tutti i medici.

In questo modo, inoltre, chiunque si trova in terapia attualmente potrà chiedere al proprio curante informazioni aggiornate ed efficaci". Le segnalazioni negli Stati Uniti Dagli anni Ottante alla fine del 2015, la Food and Drug Administration statunitense (FDA) ha ricevuto decine di migliaia di segnalazioni riguardo “eventi avversi gravi” associati ai fluorochinoloni sul mercato. Le agenzie di regolamentazione sono rimaste a lungo scettiche, ma a seguito dell'aumentare di casi segnalati, nel 2008 l’FDA ha lanciato il primo allarme, parlando poi ufficialmente del rischio di danni irreversibili ai nervi. Qualche anno dopo, nel 2015, la FDA ha votato per riconoscere l’esistenza di una disabilità potenzialmente permanente denominata FQAD (FluoroQuinolones Associated Disability). Per questo nel 2016 l’agenzia ha raccomandato che i farmaci fossero prescritti unicamente per infezioni molto gravi. Dopo l'agenzia statunitense anche altre agenzie di regolamentazione hanno rivalutato i rischi legati all'assunzione di certi antibiotici. Nel 2017 l'Health Canada ha avvertito i medici di casi di effetti collaterali persistenti o disabilitanti. Nel 2018 l'Ema per l'Europa, e adesso anche l'Aifa.

Fonte: http://www.rainews.it

Dove Siamo

Via Ammiraglio la Marca
94015 Piazza Armerina (EN)

Tel. :  +39 0935 682245
Fax :  +39 0935 682245

Email: Info@centromediterraneo.it

PEC: centromediterraneosas@arubapec.it

Ricevi le nostre NewsLetters

Legal Info

Documenti riguardanti la nostra politica in materia di Privacy, Cookie e codice di Condotta.

Privacy Policy   Cookie Policy
MOD231   Carta dei Servizi
Codice Etico   Compliance
Temini di Utilizzo  
©2019 CentroMediterraneo s.r.l. All Rights Reserved. Powered by SCdigital

Search